Davide Scarso
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— NOTA

Ecco, Marco Fanton, finito di leggere Works, di Vitaliano Trevisan. Un libro magnifico, non vedevo l'ora di tornarci anche se, a differenza di tanti altri, non sono mai riuscito a leggerlo tipo in una sala d'attesa o su una panchina al parco. Non in pubblico insomma, ma quasi sempre a casa e "in perfetta solitudine", come dice la canzone. La parola "Fin!" nell'ultima pagina lascia una certa amarezza, ma allo stesso tempo mi è rimasta come una specie di energia, un po' rabbiosa, che tutte quelle riflessioni di estrema lucidità, a volte persino crudele, sulle nostre vite, i nostri affetti, i nostri lavori e le nostre città, hanno come risvegliato. La descrizione delle magnifiche imprese del nord-est come autentici "feudi", a trarre profitto molto più sullo sfruttamento di chi pare non avere alternative alla rassegnata sottomissione che non su una cosiddetta e tutta apparente "efficienza" e "modernità". E l'intreccio inestricabile ma sempre inquieto tra la vita e il lavoro, in costante cambiamento entrambi, in fondo.

Quell'aggiunta finale, "ampliamento", che inizia appunto con quei pensieri sul suicidio, dir la verità mi ha fatto sentire un certo odore di cannibalismo, di sfruttamento commerciale della morte dell'autore. Metti che sia inevitabile, e gli avrebbe senza dubbio suscitato più di un sorriso sarcastico. Bellissimi comunque poi quei passaggi su Cavazzale e la parabola storica delle "città sociali". Quando stavo a San Pio X, da piccolo, al piano terra c'era un laboratorio orafo e altri tre nel raggio di trecento metri, in piena zona residenziale, e tutti nel frattempo scomparsi. E poi metti che per me, da espatriato, sia anche un po' riprendere un contatto sempre difficile con l'origine, appunto, che l'autore definisce, e con il tempo mi son reso conto di quanto sia vero, come "un vestito che non si smette mai". E poi vabbé, sul suicidio, anche prima di quelle ultime pagine, difficile non sentirlo sottotraccia.

Mi son trovato un po' diviso tra riconoscere all'autore, como a chiunque altro del resto, il diritto ad una rinuncia totale, di fronte ad un'esistenza intollerabile. Allo stesso tempo però, rimane la rabbia per una fine che senti comunque prematura e, forse, evitabile, date le circostanze orribili, come lo sono sempre, del ricovero coatto che ha preceduto la sua morte.

4 febbraio 2023