— NOTA
Quell'aggiunta finale, "ampliamento", che inizia appunto con quei pensieri sul suicidio, dir la verità mi ha fatto sentire un certo odore di cannibalismo, di sfruttamento commerciale della morte dell'autore. Metti che sia inevitabile, e gli avrebbe senza dubbio suscitato più di un sorriso sarcastico. Bellissimi comunque poi quei passaggi su Cavazzale e la parabola storica delle "città sociali". Quando stavo a San Pio X, da piccolo, al piano terra c'era un laboratorio orafo e altri tre nel raggio di trecento metri, in piena zona residenziale, e tutti nel frattempo scomparsi. E poi metti che per me, da espatriato, sia anche un po' riprendere un contatto sempre difficile con l'origine, appunto, che l'autore definisce, e con il tempo mi son reso conto di quanto sia vero, come "un vestito che non si smette mai". E poi vabbé, sul suicidio, anche prima di quelle ultime pagine, difficile non sentirlo sottotraccia.
Mi son trovato un po' diviso tra riconoscere all'autore, como a chiunque altro del resto, il diritto ad una rinuncia totale, di fronte ad un'esistenza intollerabile. Allo stesso tempo però, rimane la rabbia per una fine che senti comunque prematura e, forse, evitabile, date le circostanze orribili, come lo sono sempre, del ricovero coatto che ha preceduto la sua morte.